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JEANE TERRA

PREVIEW

ESCOMBROS

PELES

RESÍDUOS

CURATORE AGNALDO FARIAS

- ESPOSIZIONE: MARZO 2021 -

LA CADUTA DELLE CASE DI ATAFONA

AGNALDO FARIAS

 

 

Le pareti

Che videro morire gli uomini,

che videro fuggir l’oro

che videro, rividero, videro,

ormai non vedono più. Anch’esse muoiono

 

Morte delle case di Ouro Preto – Carlos Drummond de Andrade

 

 

Forse perché il suo cognome è Terra, forse perché alla morte di suo padre, scultore di polene di legno e creta, la casa dove ha trascorso l’infanzia è stata demolita, forse perché da bambina la portavano nelle città storiche di Minas Gerais, città i cui marciapiedi, case, chiese hanno uno spessore storico e lì la colpivano gli altari e le nicchie dorate, echi distanti di una ricchezza che ingenuamente credeva imponente, impressione via via abbandonata quando ha cominciato a percepire i segni della corrosione del tempo che attraversavano tutto: il logoramento delle facciate, le crepe negli interstizi dove crescono le piante, che prima spuntano piccole,  per poi invadere tutto – se non gli si presta attenzione – riprendendosi la materia che gli è stata tolta, dimostrando che ogni patto con la natura, per quanto imponente possa essere ciò che con essa abbiamo costruito, è temporaneo. Sarà per tutte queste ragioni o forse sarà per una qualche causa prossima, ma come avere la certezza di ciò che spinge un artista a fare ciò che fa? Come potremmo mai sapere ciò che ci spinge a fare, ciò che ci motiva a fare quel che facciamo?

 

Ad ogni modo quest’insieme di lavori di Jeane Terra ha a che vedere con la riattivazione di esperienze di ciò che aveva visto ad Atafona, municipalità sul mare, appartenente al comune di São João da Barra, nella regione fluminense, che pian piano viene inghiottita dall’Atlantico. Questo braccio di ferro è in corso da oltre cinquanta anni ed è già costato più di 500 case alla città di Atafona. La colpa? La nostra, ovviamente, che abbiamo devastato la foresta ripariale lungo il corso del fiume Paraíba do Sul. Con il letto pieno di detriti e la portata ad ogni anno sempre meno impetuosa, il fiume non riesce ad affrontare il mare. E quest’ultimo gigantesco e infinito, arriva implacabile a distruggere case, marciapiedi, strade. Tutto inizia con un’associazione di colpi e infiltrazioni intermittenti delle onde, alternate a brevi pause delle maree. Il mare dispone di tempo e forza. E così arriva, senza tregua, al ritmo di 25 centimetri all’anno, attaccando su tutti i fronti, di lato, in basso, alle fondamenta, fino a piegare le case. Queste cadono in ginocchio, si affogano; le pareti spaccate, colpite da un martello d’acqua, lasciano a vista l’ossatura miserabile dell’armatura arrugginita, la materia dei mattoni si dissolve per convertirsi di nuovo in terra e suolo, intingendo lievemente l’acqua di rosso.

 

Paraiba in lingua Tupi significa fiume o mare difficile da invadere. Atafona, apparecchio per macinare il grano. Paraiba si dissolve, Atafona continua ad essere macerata e il nome dell’artista è Terra. Non sono alquanto curiosi questi nomi che suggeriscono un destino?

 

Altre perdite, tutte femminili, hanno condotto l’artista alla nonna, al ricordo dei suoi ricami a punto croce: tappeti, asciugamani, centrotavola, fazzoletti, camice ecc. realizzate attraverso trame a scacchi, il reticolo uniforme, largo e rigido, stretto e delicato attraverso il quale fili colorati passano a forma di “x”, obbedendo a un disegno, un grafico, un diagramma, nel linguaggio tecnico delle ricamatrici, uno “schema” insomma. Jeane ha ripreso questa trama per i suoi quadri, ma al posto degli ornamenti astratti tipici o della classica rappresentazione floreale, ha fatto appello alle foto della distruzione di Atafona, le viste delle case a rischio, applicandole su questa tela di punto croce. Ma perché mai? Chissà. Forse per un impulso di contenimento, di comprensione, attraverso la geometria, di questa macchina che produce macerie. Forse perché in questo modo sovrapponendo i gesti di sua nonna ai suoi stessi gesti, possano entrambe rincontrarsi e non tutto è perduto.

 

In quest’anteprima, dell’esposizione che avrà luogo non appena la pandemia ce lo consentirà, Jeane Terra presenta alcuni lavori e tutti hanno come riferimento i fatti di Atafona. Partendo dalle foto dei resti delle laterali e del retro di una casa sospesa su una spiaggia uniforme — come se fino a quel momento non fosse successo nulla —, il ritratto di una violenza calma, l’artista realizza un disegno e una pittura.

Il disegno presenta i tratti di uno schema di punto croce, ovvero, una scacchiera più chiusa della pagina di un libro di aritmetica, su una superficie rettangolare, con le indicazioni in bianco e nero dei colori dei fili che devono essere intessuti. Nonostante il disegno sia la trasposizione di un’immagine chiara e forte di una rovina, appare esso stesso astratto, o quasi astratto: si riesce ad indovinarne il contenuto soltanto a poca distanza dall’immagine assunta come riferimento. Le indicazioni dei colori sono fatte grazie a tratteggi diversi, i cosiddetti modelli grafici, con i quadratini occupati da punti, tratteggi, cerchi chiari circondati dal nero, cerchi neri circondati dal bianco, linee diagonali ecc. tutto piccolo, minuzioso, producendo regioni più o meno ombrate, in un insieme che appare confuso a chiunque non sia un professionista del settore, che non abbia l’occhio allenato, specialmente quando la porzione del disegno si riferisce alla costruzione, alla casa sventrata sull’alto di una rupe.

Cosa ci conduce alla pittura di Jeane. Il ricordo della nonna, del rapporto quotidiano con i ricami a punto croce, fili, trame e schemi, i calcoli e le revisioni sistematiche, intensive, per non deviare dallo scopo prefissato, l’hanno portata a reinventare la sua pittura.

Ha cominciato riutilizzando gli avanzi di pittura rovesciati per terra. Le variazioni cromatiche unite alla plasticità della pellicola, la pelle della pittura vera e propria, le ha suggerito di tagliarle e incollarle pezzo dopo pezzo nello schema assunto come base. Più che ad un ricamo, il procedimento rimanda alla costruzione di una vetrata, di una pittura di pointillisme, ai pixel di uno schermo. Una catena di eventi che fa pensare a quanto ognuno di queste passi implichi il compimento del successivo.

La ricerca per sviluppare questa pittura fatta di frammenti quadrangolari di pelle è stata caratterizzata da un lungo percorso di studio, fino all’ottenimento di una miscela pittorica composta da agglutinante e polvere di marmo, decisiva per garantirne, allo stesso tempo, consistenza e malleabilità. Questo stesso materiale spalmato sulla superficie di un tavolo, è servito per stampare a freddo monotipi derivanti da immagini di Atafona. Nel complesso presentato dall’artista, un’altra immagine della stessa famiglia ha dato origine ad una di queste stampe, impressa su di una pelle molle, cartilaginosa, un paesaggio in rovina di corpi di case.

Maschera è il titolo di una delle sculture presentate per quest’anteprima, un pezzo di cemento, resto di una parete maiolicata, sotto la quale l’artista applica una foglia d’oro, ricordo delle chiese visitate, della Nostra Signora di Ó, la prima a colpirla, seguita dalle chiese di Tiradentes, la comprensione dell’uso del dorato nelle costruzioni destinate all’espiazione delle anime. La presenza dell’oro, un metallo nobile, giacché non reagisce all’ossigeno e non ossida, contraddice l’inevitabile ironia se sovrapposto ad un detrito estratto da un calco della parete del bagno, lo spazio riservato alla pulizia dei corpi, di una delle case. Il ricorso al calco è ancestrale, risale alla credenza magica che orientava la produzione di maschere mortuarie. Nella brama di mantenere vivo il ricordo degli antenati, garantendone la presenza tutelare, si producevano e si producono ancora oggi, maschere raffiguranti i loro volti, un fantasma di bronzo tangibile, statico, imponente, riferimento alla circolazione costante dei vivi.

Totem è allo stesso tempo scultura e maceria, frammento di una delle case in rovina di Atafona, un pezzo di uno stipite (?) verticale, con mattoni, intonaco e una copertura di pittura bianca. Tuttavia si possono distinguere due tipi di interventi: un disegno geometrico stretto, scavato nel corpo dell’oggetto, simile a quello prodotto da termiti instancabili, estranee al nostro sonno, ma simile anche a quello che gli estrattori di gomma applicano nei tronchi degli alberi, conferendo una direzione alla secrezione del lattice. Jeane ha ricoperto una parte di questo disegno di oro, reminiscenze dell’orgoglio di quando furono costruite, delle vite e dei sogni che hanno accolto, e che oggi, come ciò che di loro è scomparso, sono assopiti o sul punto di addormentarsi, come l’ultimo tizzone di una brace prima che sia spento dall’acqua.

OPERE SELEZIONATE

JEANE TERRA

Jeane Terra investiga le soggettività della memoria e le varie sfumature della transitorietà delle città, nonché le macerie del tempo, come il cancellamento urbano e la crescita sfrenata dell’urbe.

 

Il lavoro dell’artista si sviluppa su diversi supporti quali pittura, scultura, fotografia e videoarte. Spesso autobiografico, il suo lavoro gira attorno ad un rumoroso complesso di macchine, come in uno stabilimento, da cui la sua memoria sembra risalire in superficie. Avendo come riferimento l’esperienza della demolizione della casa in cui ha vissuto durante la sua infanzia e il barocco di Minas Gerais, l’artista produce sculture servendosi di macerie e resti recuperati tra le più svariate costruzioni, creando così una sorta di “reliquia” per questi oggetti carichi di ricordi e indirizzi.

 

Nei suoi lavori, Jean utilizza le macerie e la “pelle della pittura”, tecnica sviluppata a partire dalla miscela di pittura acrilica e agglutinante, che disposta su strati sottili assume l’aspetto di una pelle. L’artista utilizza “pelli” di pittura per produrre le sue opere che vengono cucite – alcune avvalendosi della tecnica del punto croce –, o ritagliate e incollate direttamente sulla tela. Una specie di corpo-pittura. Così come, utilizzando resti di case ed edifici come oggetti di lavoro e rivestendoli con pelli di velluto, produce nuovi sensi per la materia corpo-casa.

Secondo Paulo Herkenhoff il lavoro con le pelli di pittura a punto croce: “… è un enigma della post-modernità e il pixel, un nuovo paradigma della logica dell’immagine. Jeane articola due sistemi, avendo la consapevolezza che il pixel è la trama della contemporaneità. Allo stesso tempo, ricorre ad una tradizione vernacolare di lunga data, il punto croce. Gioca con lo sguardo e la sua capacità di interpretare i segni.”

Jeane Terra è nata nel 1975 a Minas Gerais, vive e lavora a Rio de Janeiro. Nel 2018 ha realizzato l’esposizione individuale “Inventário” nella Cidades das Artes di Rio de Janeiro. Tra le principali esposizioni collettive troviamo: “Me Two”, “Brasil!” opere della collezione Ernesto Esposito” nel Museo Ettore Fico, Torino, Italia, 2019; “O Ovo e a Galinha” presso la galleria Simone Cadinelli Arte Contemporanea, Rio de Janeiro, nel 2019; “Abre Alas” presso la galleria A Gentil Carioca, Rio de Janeiro, nel 2019; il “Projeto Montra” a Lisbona nel 2013; “Nova Escultura Brasileira – Herança e Diversidade presso la Caixa Cultural, RJ, nel 2011; Biwako Biennale, in Giappone nel 2010. La sua opera integra la Collezione del Museo di Arte di Rio.

Traduzione: Irma Caputo

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