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JEANE TERRA

ESCOMBROS

PELES

RESÍDUOS

CURATORE AGNALDO FARIAS

- ESPOSIZIONE: 08 MARZO - 11 GIUGNO 2021 -

A QUEDA DAS CASAS DE ATAFONA

AGNALDO FARIAS

 

 

Le pareti  

Che videro morire gli uomini, 

che videro fuggir l’oro 

che videro, rividero, videro, 

ormai non vedono più. Anch’esse muoiono 

 

Morte delle case di Ouro Preto - Carlos Drummond de Andrade

 

 

Forse perché il suo cognome è Terra, forse perché alla morte di suo padre, scultore di polene di legno e creta, la casa dove ha trascorso l’infanzia è stata demolita, forse perché da bambina la portavano nelle città storiche di Minas Gerais, città i cui marciapiedi, case, chiese hanno uno spessore storico e lì la colpivano gli altari e le nicchie dorate, echi distanti di una ricchezza che ingenuamente credeva imponente, impressione via via abbandonata quando ha cominciato a percepire i segni della corrosione del tempo che attraversavano tutto: il logoramento delle facciate, le crepe negli interstizi dove crescono le piante, che prima spuntano piccole,  per poi invadere tutto – se non gli si presta attenzione – riprendendosi la materia che gli è stata tolta, dimostrando che ogni patto con la natura, per quanto imponente possa essere ciò che con essa abbiamo costruito, è temporaneo. Sarà per tutte queste ragioni o forse sarà per una qualche causa prossima, ma come avere la certezza di ciò che spinge un artista a fare ciò che fa? Come potremmo mai sapere ciò che ci spinge a fare, ciò che ci motiva a fare quel che facciamo?

 

Ad ogni modo quest’insieme di lavori di Jeane Terra ha a che vedere con la riattivazione di esperienze di ciò che aveva visto ad Atafona, municipalità sul mare, appartenente al comune di São João da Barra, nella regione fluminense, che pian piano viene inghiottita dall’Atlantico. Questo braccio di ferro è in corso da oltre cinquanta anni ed è già costato più di 500 case alla città di Atafona. La colpa? La nostra, ovviamente, che abbiamo devastato la foresta ripariale lungo il corso del fiume Paraíba do Sul. Con il letto pieno di detriti e la portata ad ogni anno sempre meno impetuosa, il fiume non riesce ad affrontare il mare. E quest’ultimo, gigantesco e infinito, arriva implacabile a distruggere case, marciapiedi, strade. Tutto inizia con un’associazione di colpi e infiltrazioni intermittenti delle onde, alternate a brevi pause delle maree. Il mare dispone di tempo e forza. E così arriva, senza tregua, al ritmo di 25 centimetri all’anno, attaccando su tutti i fronti, di lato, in basso, alle fondamenta, fino a piegare le case. Queste cadono in ginocchio, si affogano; le pareti spaccate, colpite da un martello d’acqua, lasciano a vista l’ossatura miserabile dell’armatura arrugginita, la materia dei mattoni si dissolve per convertirsi di nuovo in terra e suolo, intingendo lievemente l’acqua di rosso.

 

Paraiba in lingua Tupi significa “fiume o mare difficile da invadere”. Atafona, “mulino per macinare il grano”. Paraiba si dissolve, Atafona continua ad essere macerata e il nome dell’artista è Terra. Non sono alquanto curiosi questi nomi che suggeriscono destini?

 

Per questa prima esposizione individuale presso la Galleria Simone Cadinelli, Jeane Terra presenta lavori direttamente e indirettamente relazionati ai fatti di Atafona, sulle rovine prodotte dall’impatto del mare con la città, fatti che richiamano l’attenzione perché tutto ciò che è stato e sarà costruito, si trasformerà in rovina. È soltanto una questione di tempo, il tempo che abita le cose, i materiali utilizzati per la costruzione del nostro mondo e che vanno dai più prosaici degli utensili fino alle città, passando per tutto ciò che le lega l’una all’altra: le strade di terra battuta e asfalto, i cavi d’energia elettrica sostenuti da tralicci di ferro, gli aerei che slittano su imponderabili rotte aeree, i satelliti che captano e distribuiscono le informazioni e che un domani smantellati, polverizzati dal loro ritorno nell’atmosfera, li prenderemo per stelle cadenti.

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VIEWING ROOM

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OPERE

Horizonte Náufrago (instalação) | 2020
Horizonte Náufrago (instalação) | 2020

Monotipia seca sobre pele de tinta 105 x 135 cm

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Horizonte Náufrago | 2020
Horizonte Náufrago | 2020

Monotipia seca sobre pele de tinta 49 x 62 cm

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Maré | 2019
Maré | 2019

Vídeo, 2’28” Tiragem: 1/8 + 2 P.A.

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Horizonte Náufrago (instalação) | 2020
Horizonte Náufrago (instalação) | 2020

Monotipia seca sobre pele de tinta 105 x 135 cm

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L'ARTISTA

Jeane Terra investiga le soggettività della memoria e le varie sfumature della transitorietà delle città, nonché le macerie del tempo, come il cancellamento urbano e la crescita sfrenata dell’urbe.

 

Il lavoro dell’artista si sviluppa su diversi supporti quali pittura, scultura, fotografia e videoarte. Spesso autobiografico, il suo lavoro gira attorno ad un rumoroso complesso di macchine, come in uno stabilimento, da cui la sua memoria sembra risalire in superficie. Avendo come riferimento l’esperienza della demolizione della casa in cui ha vissuto durante la sua infanzia e il barocco di Minas Gerais, l’artista produce sculture servendosi di macerie e resti recuperati tra le più svariate costruzioni, creando così una sorta di “reliquia” per questi oggetti carichi di ricordi e indirizzi.

 

Nei suoi lavori, Jean utilizza le macerie e la “pelle della pittura”, tecnica sviluppata a partire dalla miscela di pittura acrilica e agglutinante, che disposta su strati sottili assume l’aspetto di una pelle. L’artista utilizza “pelli” di pittura per produrre le sue opere che vengono cucite – alcune avvalendosi della tecnica del punto croce –, o ritagliate e incollate direttamente sulla tela. Una specie di corpo-pittura. Così come, utilizzando resti di case ed edifici come oggetti di lavoro e rivestendoli con pelli di velluto, produce nuovi sensi per la materia corpo-casa.

Secondo Paulo Herkenhoff il lavoro con le pelli di pittura a punto croce: “… è un enigma della post-modernità e il pixel, un nuovo paradigma della logica dell’immagine. Jeane articola due sistemi, avendo la consapevolezza che il pixel è la trama della contemporaneità. Allo stesso tempo, ricorre ad una tradizione vernacolare di lunga data, il punto croce. Gioca con lo sguardo e la sua capacità di interpretare i segni.”

Jeane Terra è nata nel 1975 a Minas Gerais, vive e lavora a Rio de Janeiro. Nel 2018 ha realizzato l’esposizione individuale “Inventário” nella Cidades das Artes di Rio de Janeiro. Tra le principali esposizioni collettive troviamo: “Me Two”, “Brasil!” opere della collezione Ernesto Esposito” nel Museo Ettore Fico, Torino, Italia, 2019; “O Ovo e a Galinha” presso la galleria Simone Cadinelli Arte Contemporanea, Rio de Janeiro, nel 2019; “Abre Alas” presso la galleria A Gentil Carioca, Rio de Janeiro, nel 2019; il “Projeto Montra” a Lisbona nel 2013; “Nova Escultura Brasileira – Herança e Diversidade presso la Caixa Cultural, RJ, nel 2011; Biwako Biennale, in Giappone nel 2010. La sua opera integra la Collezione del Museo di Arte di Rio.

Traduzione: Irma Caputo